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"La postura è un'attitudine, è

un'espressione nello spazio, è

un'espressione della relazione con se stessi e con gli altri.

 

 Se la paura è la più grande maledizione dell'essere umano,

la pratica aiuta ad essere liberi dalla paura".

 

Come le techinche dello yoga mi hanno salvata

Mia madre mi racconta che ho iniziato a camminare molto presto. Avevo nove mesi ed ero una bambina molto
dinamica: poche ore di sonno mi erano sufficienti, così come mi bastava poco cibo.
Questo bisogno di muovermi, sia in senso fisico che intellettuale, mi ha accompagnato per tutta la vita. Sin da
giovane il mio corpo lasciava trasparire in maniera inequivocabile la mia natura interiore: marcatamente
introversa! Il corpo, infatti, come recita uno dei più diffusi aforismi al riguardo, è banalmente, lo «specchio
dell’anima».
Quando ero ragazza il mio fisico era diverso da quello attuale. Soprattutto ero diversa io. Avevo un rapporto
complicato con il mio corpo. Il malessere era evidente. La mia natura introversa si specchiava in una struttura
muscolare pressoché inesistente, e questa era l’espressione plastica del mio disagio interiore.
Ma a nessun essere umano piace vivere in una casa poco ospitale. Tutti gli esseri umani sono chiamati ad amare
la vita, ad alimentarla con luce, gioia e amore. E’ nella natura dell’uomo tenere la propria casa pulita, ordinata e
ariosa affinché anche l’ambiente che ci circonda rallegri il nostro cuore e alimenti di bellezza la nostra
intelligenza.
Anch’io sentivo il bisogno di una «pulizia del corpo». Sentivo che era necessario - per la mia salute - pulire il
«disagio caratteriale» che si traduceva - nella vita quotidiana - una grande timidezza, irrequietezza, insicurezza.
E così - giunta al termine di un corso di laurea in Scienze Agrarie vissuto con poco entusiasmo - mi affaccio al
mondo del lavoro e apro una finestra sulla disciplina dello Yoga. Comincia il mio viaggio e all’inizio degli anni 90
frequento il Centro Yoga di due amici. Rimango con loro sette anni ed è un periodo che si rivelerà preziosissimo.
Oggi so che devo ringraziare il mio maestro non solo per avermi «iniziato» alla pratica, ma anche per avermi
aperto le porte dell’insegnamento.
Nel 1993 frequento un seminario e conosco un maestro di origini indiane. Parliamo a lungo. Gli racconto del mio
disagio, lo rendo partecipe del mio malessere. Gli chiedo se esiste una pratica meditativa che può guarire il mio
dolore. Il maestro mi guarda e - semplicemente - mi dice: «Alza le gambe». Fingo di non capire. Cosa c’entrano
le mie gambe con la meditazione? Il maestro - a sua volta - finge di non cogliere il mio disappunto. E con un
movimento di grande armonia alza le gambe. «Ora fai tu», mi dice. Ci provo, ma nonostante i tentativi il mio
risultato è assai scarso. Il maestro sembra non preoccuparsi di ciò. E mi dice: «Da oggi la tua meditazione
consisterà nel fare ogni mattina 30 addominali». Quella sera tornai a casa affranta. Pensavo che il maestro
avesse sottovalutato il mio grande dolore.
Sono passati tanti anni e nel tempo ho realizzato che il maestro aveva ragione. I bravi maestri sono quelli che
alleggeriscono le nostre difficoltà, le ridimensionano, le riportano alla realtà. Dopo quella sera - un po’ per
educazione e un po’ perché senza saperlo ne sentivo l’urgenza - comincio la meditazione di esercizi addominali.
Scopro in fretta che gli esercizi mi aiutano a conoscere meglio il mio corpo. Scopro il desiderio di potenziare e
modificare il mio fisico. Capisco che - attraverso il lavoro che faccio sul corpo - sta cambiando anche la mia
personalità, il mio «modo» di stare al mondo. E’ una grande scoperta. Il disagio interiore che sembrava togliermi
il respiro si attenua. Sto nascendo di nuovo.
Capisco l’importanza del respiro. In Oriente si dice che ogni bambino nasce con un sacchettino di respiri.
Significa che più lungo sarà il nostro respiro e più tempo impiegheremo per consumare il sacchettino di respiri. E’
il senso della vita. Il respiro, lo sappiamo, è l’unico atto vitale che può essere realizzato i due modi:
consapevolmente e inconsapevolmente. Il corpo ci aiuta a guidare il respiro, possiamo dire che il corpo ci indica
una sentiero da percorrere. Credo che la respirazione consapevole sia l’equivalente di una preghiera. E come
ogni preghiera è un’invocazione rivolta al Divino, ma è anche un bisogno di «pulizia interiore». Respirando
conosciamo noi stessi. La nostra luce, il nostro disagio. Impariamo a gestirli, semplicemente respirando. Per
questo ogni respiro - che sia consapevole o meno - è un inno alla vita.